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Budapest contro “Viktator” 0

TUTTI GLI SCANDALI DEL VATICANO | 09:18 | , , , ,



 Cresce l'opposizione a Orban. Migliaia in piazza

È stata, tra le manifestazioni popolari di questi giorni, quella nettamente più imponente. Centomila cittadini, secondo gli organizzatori, sono scesi in piazza a Budapest. Lunedì sera. Tutti a protestare, ancora una volta, contro la nuova Costituzione ungherese, voluta da Viktor Orban, primo ministro e numero uno della Fidesz, il partito che grazie all’abbuffata di voti ottenuta nell’aprile 2010 detiene più dei due terzi dei seggi parlamentari.

La Carta, entrata in vigore il primo gennaio, contiene molte disposizioni controverse, che Ue e Stati Uniti hanno apertamente criticato. Si ripone un forte accento sull’ungheresità, sui richiami alla tradizione cattolica, sulla difesa della vita e della famiglia, intesa nella sua accezione classica: uomo e donna. Si limitano altresì i poteri e le funzioni della corte costituzionale, che non potrà più, salvo casi eccezionali, giudicare le leggi su tasse e bilancio.

La Costituzione è una miscela di conservatorismo e populismo, hanno detto gli analisti, che riflette lo spirito di rottura propugnato da Orban.

Il quale, un po’ come tentarono di fare i gemelli Kaczynski in Polonia, intende timbrare la fine della transizione, a modo suo. Tale volontà emerge peraltro dalla nuova denominazione costituzionale del paese: non più repubblica d’Ungheria, ma Ungheria e basta (nel testo viene però confermata la forma di stato repubblicana).
Le opposizioni hanno gridato allo scandalo.

Un’altra questione spigolosa presente nella magna charta, che va a sostituire quella di epoca comunista, più volte emendata dall’89, ma mai rottamata, riguarda inoltre la responsabilità nazionale nei confronti del destino – sta scritto proprio così – dei magiari che vivono all’estero. Cosa, questa, che potrebbe essere percepita come un’ingerenza da parte di paesi quali Serbia, Romania e Slovacchia, specialmente questi ultimi due, dove il dialogo tra le rispettive maggioranze etniche e la componente ungherese è spesso difficoltoso.

 
Cesare fuori dall’Europa

Ma non è solo la “rivoluzione costituzionale”, come l’ha definita Paul Krugman sul New York Times, a suscitare perplessità. È tutta l’azione di Orban che presenta provvedimenti e misure dal sapore, viene da dire, “cesarista”.

Alcuni sono orientati a diminuire gli spazi di manovra di organismi indipendenti. Anche la Banca centrale, alla stregua della Corte suprema, ha subito una limitazione delle proprie funzioni. Senza contare la nuova legge sui media, approvata nei mesi scorsi, che prevede, a sentire i detrattori, intrusioni eccessive da parte dell’esecutivo nel sistema dell’informazione.

Forse è esagerato sostenere, come ha fatto l’ambasciatore americano a Budapest, Mark Palmer, che l’Ungheria rischia di essere sbattuta fuori dall’Europa. Ma di certo c’è che Orban – ormai lo chiamano tutti “Viktator”, accusandolo di nutrire ambizioni autoritarie – ha raffreddato la democrazia.
E lunedì la piazza s’è scaldata.

«Finalmente la gente s’è mobilitata», dice a Europa Julia Vasarhelyi, ex giornalista del settimanale Hvg e figlia di Miklos Vasarhelyi, uno degli uomini dell’entourage di Imre Nagy, il protagonista sfortunato della sollevazione popolare del 1956, stroncata dai carri armati dell’Armata rossa.

«La manifestazione, con la società civile assoluta protagonista, è stata imponente – aggiunge Vasarhelyi, che era in piazza – e dimostra che gli ungheresi, anche quelli che hanno votato Orban, hanno la forza di dire “no” a questo programma politico. Ma forse è troppo tardi. Bisognava mobilitarsi prima e anche Stati Uniti e Ue dovevano esibire con maggiore forza le loro preoccupazioni. Dobbiamo poi tenere conto del fatto che parecchie persone si sono attivate perché esasperate dall’attuale situazione economica».

 
Crisi nera

Lo stato dell’economia, in effetti, è quello che è. L’Ungheria è stata messa a dura prova dalla crisi e ha un debito pubblico altissimo, eredità ingombrante del “socialismo del goulash” (tolleranza e allegra gestione delle finanze pubbliche in cambio di consenso) promosso da Janos Kadar dopo la repressione del ’56. Redditi e consumi sono in discesa. «Il paese s’è impoverito e se dovessimo crollare sarebbe la fine.

L’Ungheria non ha grandi risorse, è una nazione importatrice di energia e prodotti».
Nel 2008 Budapest ottenne un prestito da Fmi e Ue. Quando Orban è salito al potere il rinnovo è saltato.

Il primo ministro ha giudicato troppe severe le misure richieste da Fondo monetario e Bruxelles, dando il via a una politica economica – fondata su ridistribuzione e crescita – non allineata ai criteri che attualmente ispirano i prestatori internazionali.

Autarchica, è stata bollata. È così che sono scattati provvedimenti poco ortodossi, il principale dei quali è stata la maxitassa nei confronti dei grandi gruppi stranieri (che hanno fatto ricorso in sede comunitaria) operanti in comparti chiave quali credito, distribuzione alimentare e telecomunicazioni.

La ricetta, comunque, non ha portato i frutti sperati. Tanto che Orban è stato costretto a prospettare la riapertura della linea di credito. Ma l’Fmi vorrebbe l’allineamento ai suoi criteri.

Si spalanca, adesso, un bivio. Se Orban rifiuta l’Ungheria va giù; se accetta sconfessa le sue idee. Già comunque incrinate. «Il consenso del primo ministro è in picchiata. Il suo progetto ha peggiorato la nostra democrazia, ma sembra esaurito, almeno a livello di consenso», ragiona Julia Vasarhelyi.

 
Consenso in picchiata

Si pensa già a nuovi scenari e qualcuno paventa il voto, anche sulla base dei movimenti che s’avvertono sul fronte sinistro dello scacchiere politico. L’ex primo ministro socialista Ferenc Gyurcsany ha fondato un nuovo partito, Coalizione democratica. Mentre il suo successore, Gordon Bajnai, starebbe cercando di federare tutto l’arco liberal-socialista.

Ma le elezioni sono un’incognita. Forse la resurrezione delle forze progressiste è prematura, considerati i magrissimi risultati della legislatura 2006-2010, la riduzione ai minimi termini di socialisti e i liberaldemocratici (alleati di governo tra il 2002 e il 2006) alle legislative e il poco credito di cui gode Gyurcsany, che nel 2006, varando una manovra lacrime e sangue dopo le vacue promesse elettorali, fu oggetto di una dura contestazione popolare. «Se si votasse non saprei quello che potrà accadere», asserisce Julia Vasarhelyi, secondo cui la soluzione migliore, anch’essa inserita in queste settimane nella rosa delle possibilità, sarebbe l’esecutivo tecnico.


 
Più a destra di così

Intanto Jobbik, partito di estrema destra, espressione di una forma radicale di nazionalismo che come riportano le cronache tracima in talune occasioni in xenofobia, omofobia, antisemitismo e nostalgia nei confronti della “Grande Ungheria”, smembrata con il Trattato di Trianon al termine della Prima guerra mondiale, continua a salire nei sondaggi.
Avrebbe sfondato addirittura il muro del venti per cento, dopo il sedici per cento ottenuto alle elezioni del 2010. Il declino di Orban e la convalescenza delle forze progressiste, mescolati alla crisi economica e alla crescente intolleranza crescente verso i rom (quasi il dieci per cento della popolazione), possono mettere le ali a questa formazione.




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Militanti dei diritti umani feriti in Bahrein 0

TUTTI GLI SCANDALI DEL VATICANO | 04:58 | , ,

In Bahrein, l'attivista dei diritti umani Nabeel Rajab e una serie di altri manifestanti anti-regime sono stati feriti in un attacco da parte saudita-backed forze di sicurezza.

Secondo Press TV, Rajab, che è il presidente del Centro del Bahrain per i diritti umani, e numerosi altri personaggi sono stati portati all'ospedale dopo l'incidente, avvenuto al di fuori Manama il Venerdì.

Forze del regime hanno negato la responsabilità dell'attacco, dicendo che Rajab trovato steso a terra dopo essere stato picchiato. Secondo i testimoni sulla scena, Rajab aveva delle contusioni sul volto.

Il principale partito di opposizione, al-Wefaq, ha condannato l'attacco a Rajab e ha chiesto al governo scuse ufficiali

La rivoluzione del Bahrein è nata a metà febbraio 2011, quando il popolo, ispirato alla rivoluzione popolare che ha rovesciato i dittatori di Tunisia ed Egitto, ha iniziato a tenere massicce manifestazioni popolari.

Il governo del Bahrein ha prontamente avviato una brutale repressione contro le proteste pacifiche e chiamato le forze arabe dai vicini stati del Golfo Persico.




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Altissima tensione davanti alla Green Hill 0

TUTTI GLI SCANDALI DEL VATICANO | 08:01 | , , , , , , ,

Medicati e subito dimessi i protagonisti di un episodio specchio del nervosismo che aleggia attorno all'azienda che svezza cani destinati alla vivisezione. Un dipendente dell'allevamento investe due attivisti del presidio e viene aggredito dai manifestanti. Tutti e tre finiscono in ospedale



È bastata una banale provocazione, forse una parola di troppo ad accendere la «polveriera» trasformando in scontro fisico la tensione latente che aleggiava da giorni attorno al presidio di Green Hill di Montichiari.
Alla fine, grazie al tempestivo intervento di carabinieri e Polizia locale, tutto si è risolto con tre persone lievemente ferite e uno scambio di querele incrociato fra un dipendente dell'allevamento di beagle destinati alla vivisezione e due animalisti.

STANDO ALLE TESTIMONIANZE raccolte dai militari della stazione di Montichiari, peraltro molto contrastanti fra loro, la posizione giudiziaria più delicata sarebbe dell'addetto della Green Hill che avrebbe proditoriamente urtato con l'auto due dimostranti.
Un comportamento dettato forse dalla paura di essere aggredito che - stando sempre alla prima ricostruzione dei carabinieri - avrebbe scatenato la reazione di altri manifestanti che avrebbero malmenato il dipendente della struttura del colle di San Zeno. Nulla di grave, comunque. Alla fine tutti i protagonisti dell'episodio poco edificante hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso. I due attivisti sono stati medicati e dimessi con prognosi variabili dai 10 ai 15 giorni a Desenzano. Prognosi di guarigione di una settimana anche per il dipendente della Green Hill che, per ovvie ragioni, ha preferito farsi visitare all'ospedale di Montichiari.
Tutto è cominciato attorno alle 14, quando gli animalisti in presidio permanente per ottonere la chiusura della fabbrica di cavie hanno chiesto l'intervento di Polizia locale e carabinieri denunciando che un'automobile aveva cercato di investirli nei pressi della strada che porta sul colle di San Zeno, prima di allontanarsi.

IN ATTESA DELL'ARRIVO delle forze dell'ordine la situazione è degenerata: alcuni manifestanti esasperati dal pericolo corso poco prima avrebbero cominciato a discutere con il dipendente della Green Hill. Dalle parole si sarebbe passati agli insulti e infine alle minacce. A quel punto, stando alla denuncia degli animalisti, due dimostranti sarebbero stati urtati volontariamente dall'utilitaria guidata dall'addetto dell'allevamento di beagle. In quel momento la situazione è degenerata con l'aggressione sedata dall'arrivo dei vigili e dei carabinieri. Tornata la calma, per tutto il pomeriggio nella caserma dell'Arma sono sfilati i testimoni dell'episodio, che avrà un'inevitabile coda giudiziaria. Gli attivisti del coordinamento Fermare Green Hill hanno denunciato ai carabinieri di essere preoccupati perchè spesso vengono spiati da persone non meglio identificate. Nonostante l'accaduto, però, il presidio non smobilita, anzi per Capodanno sono attesi rinforzi per dare corpo a una protesta che ha già raggiunto risultati incisivi.

A METÀ GENNAIO, praticamente in contemporanea, approderanno in parlamento e in Consiglio regionale due proposte di legge per l'abolizione sul territorio nazionale degli allevamenti di animali per esperimenti scientifici. L'iter del Pirellone, dove si è già trovata un'intesa bi-partisan, potrebbe battere in velocità quello di Camera e Senato. Emblematica a questo proposito la dichiarazione congiunta del Governatore della Lombardia Roberto Formigoni e del presidente del Consiglio regionale Davide Boni: «Chiuderemo in tempi brevi un allevamento diventato la vergogna della Lombardia».
Il provvedimento che metterebbe fuori legge la struttura della multinazionale Marshall, sarebbe abbinato a un piano di ricollocamento dei 30 dipendenti di Montichiari. La dismissione dell'allevamento, insomma, non avrebbe ripercussioni occupazionali.




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Polizia Britannica: il futuro è il laser 0

TUTTI GLI SCANDALI DEL VATICANO | 14:14 | , , , , , ,

 Dopo le recenti rivolte in Gran Bretagna, ancora ben stampate nella memoria dei cittadini d'oltremanica, la polizia inglese sta esaminando nuovi prototipi di armi per gestire le proteste di massa.
Uno dei sistemi piu analizzati riguarda una nuovissima pistola laser che, a quanto pare, riuscirebbe ad accecare temporaneamente gli obbiettivi prescelti.
Il progetto sembra essere figlio della Royal Marine ed è stato originariamente studiato per arginare l'opera dei pirati Somali. Ma l'arma in questione, chiamata SMU 100, sembra sia al momento oggetto dei desideri della Polizia britannica, curiosa di testarne l'effetto in caso di ulteriori rivolte popolari. L'arma raccoglie molti consensi, in quanto sembra avere un raggio d'azione molto maggiore dei gas lacrimogeni finora usati, potendo ''colpire'' bersagli a distanze pari a 500 metri.
La cecita' provocata sembra essere simile a quella che si avverte fissando direttamente il sole, cosa che sappiamo essere non molto piacevole. Ma il problema sussiste nel fatto che l'effetto provocato possa portare ulteriori danni a persone con occhi piu sensibili, cosa che gli scienziati stanno meticolosamente studiando per capire quali possano essere gli effetti collaterali in larga scala.
L'arma in questione avra' un costo che si aggirera' intorno ai 25.000 euro e sara' impiegata solamente dopo aver ricevuto l'approvazione del ministero della difesa, cosa che sembra piu che probabile in tempi brevi.